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Un mare... di canapa

Presentato agli agricoltori il progetto di insediamento. Un tempo era un prodotto di eccellenza italiana. Oggi uno studio su Fiumicino tenta il rilancio

di FEDERICA CENCI

FIUMICINO  ha due anime. Da sempre. Quella del mare, legata alla pesca, alla navigazione, alla cantieristica. Quella della terra, legata ai campi, all’agricoltura e alle coltivazioni. Due mondi lontani, che convivono sullo stesso territorio. Una vicinanza casuale? Forse molto di più. Un connubio che è stato e che potrebbe tornare ad essere una vera e propria occasione di rilancio per l’economia locale di entrambi i settori grazie al progetto di reintroduzione della Canapa Sativa. 
Fino alla prima metà degli anni ’40, infatti, l’Italia è stata il primo produttore mondiale di canapa per qualità e il secondo – dopo l’Unione Sovietica – per quantità, con circa 100.000 ettari coltivati. Un primato che affonda le sue radici nella lunga tradizione delle Repubbliche Marinare, che sfruttavano per la loro flotta l’incredibile resistenza e leggerezza di questo materiale, e nella conformazione orografica della penisola, particolarmente adatta a questo tipo di coltivazione. 
La canapa italiana era un’eccellenza riconosciuta in tutto il mondo: la Royal Navy britannica, comprava solo dalla nostra penisola la materia prima per il sartiame e le vele delle proprie imbarcazioni, riconoscendola come migliore sul mercato. Le caravelle di Colombo hanno solcato l’oceano con vele e corde di canapa e ancora oggi l’Amerigo Vespucci – per statuto – deve avere vele in canapa della varietà autoctona Carmagnola.
Non solo mare però: la canapa ha partecipato anche dello sviluppo industriale del nostro Paese fornendo una serie di materie prime abbondanti e sostenibili, per la fabbricazione di materiali ad alto contenuto di fibra, cellulose, vernici e carburante. 
Una supremazia che è andata tramontando nell’era del petrolio, con l’arrivo di fibre sintetiche a basso costo, come il nylon, che hanno portato ad abbandonare la coltivazione della canapa sativa, che richiedeva un lavoro inteso e, all’epoca, non godeva dei vantaggi della meccanizzazione agricola. La confusione generata da successivi interventi normativi antidroga ha finito per far dimenticare questa risorsa naturale.
La filiera produttiva di questa pianta si è lentamente perduta, ma adesso, in seguito all’aumento del prezzo del petrolio e alla maggiore attenzione per la tutela dell’ambiente, sta suscitando nuovo interesse. Già molti paesi europei sono tornati ad investire sulla canapa industriale e di recente sia il Parlamento italiano che la Regione Lazio hanno approvato delle leggi per la promozione della coltivazione, della filiera, della trasformazione e della commercializzazione di questa pianta, sostenendo una serie di “progetti pilota” sul tema.
Un vero e proprio recupero – a livello nazionale – di un settore d’eccellenza radicato nella nostra tradizione storica, e, per Fiumicino, un’occasione per dimostrare come il binomio terra mare possa tornare ad essere competitivo e trainante per l’economia locale. Con questo obiettivo l’Assessorato alle Attività produttive del Comune – in collaborazione con l’associazione teRRRe – sta portando avanti un progetto per il reinserimento della Canapa Sativa: non si tratta di una sperimentazione sulla coltivazione, ma di uno studio, articolato su più fasi, in funzione del potenziale utilizzo di questo prodotto nel territorio.
La prima fase di questa ricerca si è occupata di effettuare una ricognizione della dimensione del settore agricolo in funzione dell’effettivo utilizzo del terreno nell’ambito del Comune. Venerdì si è passati alla seconda fase del progetto, quella della campagna informativa: in un incontro pubblico alla Casa della Partecipazione, a Maccarese, la reintroduzione della Canapa Sativa è stata presentata alle aziende agricole locali, alle associazioni e ai sindacati di categoria, alle associazioni ambientaliste e datoriali. Nell’ambito dell’incontro si è rilevata anche la disponibilità da parte dei titolari di aziende agricole del territorio ad effettuare analisi chimico, fisiche e microbiologiche del terreno della propria azienda, analisi che costituiranno il punto di partenza della terza e ultima fase di questo percorso.
La parte finale del progetto prevede, infatti, una mappatura delle aree agricole in base alla composizione fisica dei terreni – la cosiddetta “tessitura” – e alla presenza di sostanza organica. Sulla base della ricognizione effettuata verrà poi elaborato un business plan che sarà presentato al pubblico a fine settembre.
Un primo passo nella direzione di una economia nuova, migliore. In un momento in cui sostenibilità e biodiversità stanno diventando sempre più importanti, la rinascita di un’industria basata sulla canapa può offrire l’opportunità di sviluppare un circuito virtuoso, da cui l’uomo può ottenere il profitto necessario rispettando l’ambiente in cui si trova a vivere. La canapa non impoverisce il terreno, contrasta l’avanzare della desertificazione, combatte l’inquinamento, può essere utilizzata in mille modi diversi e possiede una serie di virtù che non andrebbero dimenticate. I nostri nonni le conoscevano bene. Recuperare questa coltivazione sarà recuperare le nostre radici, sarà trovare nel passato l’energia necessaria per proiettare l’economia locale nel futuro.

FARMACI, CULINARIA, EDILIZIA: UNA PIANTA DAI MILLE USI - Come del maiale, così anche della Canapa Sativa ‘non si butta via niente’: dallo stelo ai semi, passando per le foglie e la linfa, questa pianta si presta davvero a mille usi diversi, trovando impiego nell’industria farmacologica, nell’edilizia ecosostenibile, nella fitodepurazione, nella cosmesi. Tradizionalmente adoperata nel settore tessile, la canapa, infatti, fornisce una fibra, ricavata dalla trasformazione dello stelo, più robusta e duratura rispetto al cotone, che viene destinata all’industria di tipo liniero e fornisce le tele dal classico color ruggine e verde. La parte legnosa, invece, dello stelo è impiegata nella produzione di carta, cartone e carta da giornale e non richiede l’uso di composti chimici a base di cloro durante il processo di sbiancamento: è sufficiente un trattamento con l’acqua ossigenata, decisamente meno dannoso per l’ambiente. Meno inquinanti anche i materiali plastici degradabili che si ottengono dalla cellulosa dello stelo e le vernici ottenute dai semi, che risultano di qualità superiore rispetto a quelle prodotte con i derivati del petrolio. Sempre dai semi si ricava l’olio di canapa, utilizzato per fabbricare saponi, cere, cosmetici, detersivi, ma anche destinato al settore alimentare per la creazione di integratori vitaminici, margarina e un olio per cucina ricco di grassi insaturi, ideale per prevenire le malattie cardiovascolari. Ancora la produzione della canapa trova impiego in campo edile, attraverso l’unione con la calce idraulica per la produzione di un biocomposito ecosostenibile con cui fabbricare mattoni dalle elevate proprietà fonoassorbenti e isolanti, maggiormente resistenti all’impatto, al calore e più leggeri. Infine questa pianta può essere vantaggiosamente impiegata per la fitodepurazione di terreni inquinati da metalli pesanti e diossine, migliora la resa del suolo su cui è coltivata e riduce l’utilizzo di pesticidi e diserbanti.

(10 Giu 2017 - Ore 20:37)

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